Centonze

L’acqua diss’io e il suon de la foresta

Brochure realizzata in occasione della mostradi Renato Centonze alla Galleria L'Osanna di Nardò (Lecce) marzo - aprile 1993

impugna dentro a me novella fede

di cosa ch’io udi contraria a questa”

Purgatorio XXVIII 85-87

 

di Angela Serafino

Pochi, desidererei che fossero gli aggettivi nel dire di Renato Centonze e discreti i verbi e i nomi poiché la sua pittura è segreta fessura attraverso la quale spesso ho visto il colore farsi conversazione sulle cose di natura e spostare l’astratto nell’atto più fisico: la luce – generando variazioni immense, concepire la forma di frammento in frammento, addentrarsi nelle stagioni del giallo (quanto giallo crepitare) maturo andante al verdeazzurro nel suono.

Non è forzato l’accordo tra suono e colore (tanto è antica questa unione quanto desiderosa di essere nutrita) come imposto dalla tenace assunzione di una visione, da un punto di vista.

Congiunto già lo è (l’accordo) nel fruscio del pennello sulla tela.

Da tempo, ammesso sia necessario stabilirlo, Centonze costruisce la sua opera come un colloquio con gli elementi del cosmo, con i quali si intrattiene, si sofferma, ne ascolta le voci, stipa nel suo sguardo le movenze, sigillando un lungo (?) corso di distillazione durante il quale evaporano sia l’astratto sia le impronte della mimesis.

Restano le materie reali  intersecano come un rigoglio di vegetazione carnosa, suonante di linfa; doppie di appartenenze (le nuvole, le farfalle, le acque, le fasi del giorno…) di derivazioni (il qua o il là eè un girotondo che non può esaudire le sole proprie geografie).

Restano le “onde” nelle quali trascorrono le pieghe incise dal suono. Le “onde” appaiono nell’erba, nel volo, nei fili, nei nidi, come inclinazioni sinuose, morbide per accogliere ciò che dalla pittura e nella pittura può generarsi.

Nessun caos; regolato come un prato è ogni lavoro. Dinamicamente i corpi dei cromi guizzano, si rigonfiano come se non volessero addormentarsi orizzontalmente sulla superficie.
Ma quali domande pongono questi “strumenti”? Anzi, di chi o di che cosa raccontano? Svuotati di nostalgia o coevi della realtà virtuale toccano il passaggio del vento in un lembo d’aria, portano il cangiante dondolarsi delle foglie, le circolari passeggiate solari, l’attorcigliarsi di un pensiero; dicono del battere insistente dei pigmenti ruvidi che tengono la larghezza dei fenomeni.

Ma, raccontano di sinestesie? Forse “questo” termine può essere ragionevolmente noioso. Chi sa (?) se il mare od una palude hanno mai saputo questa parola.

 

Testo critico della mostra alla Galleria L’Osanna di Nardò, marzo-aprile 1993

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