Renato Centonze, Opere (1984-2002)

di Angela Serafino

Per l’elogio alla sintesi, di questa mostra scriverei soltanto “dal colore…al colore”, lasciando tutto il tempo di decantazione necessario affinchè la parola colore abbia la sua giusta risonanza.

Perché in realtà le opere esposte nel chiostro del convento dei Frati francescani, a Lequile, nella loro sequenza sono una sedimentata storia del colore, elemento al quale, il pittore Centonze, nel corso della sua attività artistica ha concesso tutto il tempo che questo richiede per essere corpo dell’opera.

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I suoni dell’opera d’arte

di Massimo Guastella

Da quanto renato Centonze ha decisamente  rivolto “lo sguardo all’universo naturale”, non senza una vena di partecipato ecologismo ambientalista, sui supporti dei suoi dipinti, o pitture-sculture, si distendono campi d’erba disegnati dal vento eseguiti con una lenta procedura manuale fatta di tocchi di pennello, intriso di materia cromatica, che s’ispessisce creando una trama compositiva fitta e marcata. E i tratteggi scanditi da simboliche variazioni tonali, ora tenui e attutite, ora brillanti e solari, costruiscono un sistema segnico di “pittura- pittura” come si etichettano genericamente tali opzioni conpositive – accostabile a un tappeto naturale che incede nello spazio e diviene continua. (…)

Le pitto-sculture che Centonze realizza, a partire dagli anni Novanta, si rifanno a codici linguistici densi di tensioni spirituali che sembrano dettate, in quell’espandersi della tessitura della superficie, da contemplazioni filosofiche, da meditazioni Zen che immegono lo spirito individuale nella dilatazione temporale dello spirito universale. E l’uomo-artista, intanto che si astrae nella  indefinitezza della materia cosmica levandosi in un volo mentale, sino a perdere l’orientamento a vista delle cose terrestri, si predispone a captare suoni provenienti dall’universo infinito. Così Renato centonze giunge a concepire forme plastiche che possono essere utilizzate per emettere  sonorità e dunque assomma, in sintesi progettuale, alle campiture policrome stratificazioni tridimensiionali che riducaono la distanza tra opera e riguardante.

Nascono in tal modo i risultati più suggestivi delle creazioni di Centonze che suggerisce l’interazione tra osservatore e altorilievi cavi, rivestiti con pelle di tamburo, rullanti, tese corde metalliche, campanelli festanti. L’oggetto artistico travalica la sua funzione estetica di mero aspetto formale percepibile visivamente e si propone quale strumento musicale che potenzia l’attività sensoriale, quella tattile e quella acustica, attraverso il gesto che può aggiungere fraseggi ritmici e armonici.  È un invito ad allargare il campo delle esperienze sensibili proprie dell’arte mediante l’oggetto da suonare e da ascoltare oltre che da vedere. Tuttavia non si tratta di una concezione artistico-musicale di sapore kandiskijano o ciò che in “critichese” potrebbe interpretarsi come un colorare i suoni o viceversa dare sonorità ai colori. Sarebbe errato credere che le opere di Renato Centonze s’ispirino alla musicalità. Piuttosto sono esse stesse medium, olter che in segni, forme e cromie, che si prestano a rievocare arcane  armonie ancestrali.

Spostando nell’impaginazione pitto-sculture una forma non forma, lasciandola scivolare sulle corde tese, si ottengono nuovi equilibri compositivi e il tempo stesso si impone una percezione acustica: oppure pizzicando corde che tracciano un percorso e odono le sonorità interiori della via attraverso cui si realizza l’universo personale dell’artista, forse “la strada” per eccellenza del pensiero taoista. Acrilici su cartoncino Fabriano o carta cinese, olii su tele sovrapposte a tele , sagome lignee o pelli e corde metalliche, collages di legnetti policromi e poi ancora finester che si aprono su sentieri erbosi, scenari subacquei, paesaggi di cieli e nuvole, maculati giochi cromatici costituiscono il corpus delle opere di Renato Centonze  che Maria Rosaria Luperto espone in questi giorni nella galleria “Progetto Arte” di Lecce. Ci si trova catapultati nel campo dell’opera d’arte che si apre per completarsi nell’intervento del fruitore, a sua volta attratto non poco da una possibile relazione con la sfera estetica tutt’altro che virtuale.

 

 

Quotidiano, 2 giugno 1996 – Cultura & Società testo critico di Massimo Guastella